Pacialì: L'Uccellino libero

Questo è un racconto di Sara Covini Peralta, la figlia di Adriana, che ha 9 anni. La bambina - in forma di passerotto - ricorda le proprie origini.

PACIALI

Il mio nome è Pacialí. Sono un passerotto con piume rosse e nere; vivo sotto una tegola, in una vecchia casa un po' traballante a Segorbe, nella Via Franco Ricart. In realtà, quella non è la mia casa, ma il mio rifugio, perché vivo libero: un po in cielo, un po' tra gli alberi e un po' per terra. Faccio anche spruzzi in acqua. Forse dovrei spiegare come mai ho tante case senza che nessuna sia veramente mia.

Chi non conosce Segorbe non lo sa, ma è un posto eccezionale. Incastonata tra due colline, San Blas e Cerro de la Estrella, si estende la città vecchia, oggi moderna e attiva; tuttavia, non ha perso il suo fascino ancestrale, il suo carattere accogliente e la sua posizione verde e rurale.

Mi piace sorvolare il Cerro de la Estrella; dall'alto vedo i pini che vegliano silenziosi sulla città. Ci sono sempre bambini che corrono felici a Sopeña: "Cip, cip", dico loro, ma non mi ascoltano quasi mai. Tuttavia, a me piace vederli correre, giocare e sostare ammutoliti davanti alla Preghiera dell'Albero, per rinfrescarsi con l'acqua aromatizzata al pino. Lo so perché a volte bevo e lascio che le lacrime di quel rubinetto un po' antiquato rinfreschino il mio piumaggio. E sì, l'acqua ha il sapore degli alberi dove mi rifugio per spiare le mie vittime prima di dar loro la caccia per soddisfare la mia fame vorace .

A Sopeña trovo sempre vermi ed insetti di ogni tipo. "Attenzione, Pacialí", mi dico: "preparati per l'attacco". "Pronti, partenza, via!" E mi precipito come un fulmine a conquistare il bruco appena scovato.

Ma quello che mi piace di più è gettarmi verso la palla di fuoco che tutto illumina, e subito dopo precipitare fino al filo d'argento che cresce rapidamente man mano che mi avvicino, ma quando arrivo, il filo non è un filo, e non è d'argento: è un largo sentiero, con l'acqua, che fa le bolle “glu, glu, glu”, e se sfioro la superficie con le mie ali sento “plotch”. Di colore argento sono i suoi abitanti, che mi obbligano a mettere la testa dentro e fuori dall'acqua costantemente.

I frutteti che circondano Segorbe, verso Altura, Peñalva, Navajas o Castellnovo sono tutti fertili. È difficile trovare nel dizionario definizioni di frutta, verdura ed ortaggi che non siano coltivati in un simile paradiso. I miei preferiti sono quei frutti rossi e rotondi che i bambini usano per decorare le loro orecchie. Quello che capita è che quando vado ad Arbalat non riesco quasi mai ad avvicinarmi agli alberi. Se ci sono quei signori con i cappelli di paglia, le lacrime su tutto il corpo e le strisce sul viso, non ci provo nemmeno. Si arrabbiano moltissimo e mi prendono a sassate. Una volta la mia amica Alicip mangiò avidamente della frutta matura e la sua pancia si gonfiò fino a scoppiare. Meglio cambiare zona.

A volte vado al Puente Bonito, ma mai da solo. Vado con i miei amici Alacipí, Volatu, Passerí, Beccaló ... È una zona bellissima, con piante grasse e secche, ed i raggi della palla che brucia si fanno sentire: non c'è niente come quello che provo quando mi avvicino a dove quasi frigge il mio piumaggio e poi ... giù, piombo libero, girando su me stesso fino a quasi toccare la terra bruciata. Ma lì non mi sento al sicuro, affatto.

A volte mentre giochiamo sento i rumori, quelli che non sopporto; quelli che suonano tipo "PAM, PAM, PAM" ... Una volta, dopo aver sentito quel rumore, vidi un uomo - di quelli che portano la canna rigida che fa PAM; aveva una lepre in mano. L'immagine non mi fece divertire. Scappammo tutti a La Cartuja, volando più in alto possibile senza sentire altro che il cuore che faceva “boom, pamp, boom”. Poi, Volatu, che sa tutto - ma sempre per sentito dire perché non rischia mai di essere il primo avventuriere - disse che eravamo pigri e codardi, perché quei signori non s'interessavano affatto di quattro passeri giocosi e spensierati.

Quello che disse Volatu suonava a qualcosa del genere: “in natura non si può vivere tutti stipati insieme, proprio come dieci umani non possono vivere a casa in una sola stanza. Quindi, a volte devi sacrificarti per mantenere l'equilibrio”. Un po' capivo che ci vuole il sacrificio, sì. Aveva ragione, anche se non capivo "chi" doveva sacrificarsi – non io, speravo - e non capivo neanche il discorso dell'equilibrio. Io tengo l'equilibrio mentre mi tuffo verso i binari un secondo prima che passi il treno - ciuf, ciuf -, o quando mi accovaccio di notte sotto la tegola per non cadere nel vuoto, ma l'equilibrio nella natura, beh, vedendo la lepre. .. Non lo so. Non mi convinceva molto.

Nonostante tutto, mi piace vivere in uno spazio infinito, e quando le pecorelle si avvicinano alla palla infuocata, e dopo un pò le lacrime grige scendono dal cielo, sto bene sotto la tegola della via Franco Ricart: mi guardo intorno, in silenzio, perché non è necessario parlare: la natura parla da sola. Penso alla Glorieta, alla Fuente del Almagrán, ai 50 Caňos e al fiume Palancia che, gorgogliando, inumidisce felicemente la pianura. E nella mia mente, io vado a picco, risalgo, su e giù, e senza saperlo scappo ... "PAM, PAM ...." Ma non sento; la natura trova il suo equilibrio mentre io ... a quanto pare, solo scappo ...

Sara Covini Peralta, figlia di Adriana